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MILANO

«Sì al cambiamento ma garantendo tutele e diritti» La Cgil chiede abolizione dei voucher e ripristino della responsabilità  solidale negli appalti. Depositata anche una proposta di legge popolare

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A gennaio 2017 il tasso di disoccupazione risulta stabile all'11,9% rispetto a dicembre, mentre quello giovanile scende al 37,9%. I recenti dati Istat confermano quindi una situazione tutt'altro che positiva. Il lavoro resta quindi un problema aperto. La Cgil ha lanciato ufficialmente la campagna referendaria “Libera il lavoro Con 2 Sì Tutta un’altra Italia”. Non si sa ancora quando saremo chiamati a votare, ma per capire meglio di cosa si tratta abbiamo intervistato il segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Massimo Bonini.

Perché il sindacato ha sentito l'esigenza di promuovere questi referendum?

«Riteniamo che da 20 anni a questa parte sia in atto una percorso che toglie tutele e diritti ai lavoratori. Dietro la nostra azione c'è la Carta dei diritti universali del lavoro, per un miglioramento dello Statuto dei lavoratori che risale al 1970. Noi vogliamo attualizzarlo con una idea semplice: non esistono più il lavoratore pubblico, privato o autonomo, ma un unico soggetto che deve avere diritti e tutele. Abbiamo raccolto un milione e 200mila firme per questa proposta di legge di iniziativa popolare depositata in Parlamento. Per favorire il dibattito abbiamo voluto promuovere il referendum su tre temi. Ripristino dell'articolo 18, abolito dal Jobs Act, ma andando oltre ed estendendo le tutele alle aziende sopra i 5 dipendenti. Una proposta che rimane nella Carta anche se la Corte costituzionale ha bocciato il quesito. Poi l'abolizione dei voucher e il ripristino della responsabilità solidale negli appalti, approvati dalla Consulta».

Volete l'abolizione dei voucher: per quale motivo?

«Perché vengono usati come un contratto in più, ad uso e consumo delle imprese, ma senza tutele per i lavoratori e solo per abbattere il costo del lavoro. Nell'area metropolitana di Milano i voucher vengono usati per il 73% in attività non occasionali: negozi, alberghi, ristoranti, ma anche nel manifatturiero e nell'edilizia, spesso per nascondere lavoro nero. Sempre nell'area metropolitana, nel 2016 hanno lavorato 129mila persone con i voucher, su una forza lavoro di un milione e 600mila, un quindicesimo. E sono in continuo aumento, senza raggiungere l'obiettivo, condivisibile, di far emergere il lavoro nero. Anche qui, chiediamo di abolirli ma nella Carta abbiamo una proposta alternativa. Semplifichiamo le tipologie di contratto: solo 7 (a tempo indeterminato, a tempo determinato, apprendistato, occasionale, interinale, stagionale e autonomo), contro più di 40 forme esistenti che non vengono usate».

Mentre la responsabilità solidale negli appalti che cos'è?

«Milioni di lavoratori in Italia sono coinvolti in appalti. Stiamo parlando delle imprese di pulizie e dei call center. Sono precari a tempo indeterminato, che ogni volta che scade l'appalto devono riconquistare il posto. Più difficile oggi, perché con la crisi i committenti hanno tagliato le risorse: se va bene vengono ridotte le ore e quindi gli stipendi, se va male si perde il posto. Prima del Jobs Act il committente rispondeva in maniera solidale: se l'azienda falliva e i dipendenti perdevano lo stipendio, il committente era obbligato a risarcire il lavoratore e quindi si era costretti a stare più attenti a chi si sceglieva. Togliendo ogni responsabilità solidale il lavoratore è senza protezione».

Con il Governo c'è stata poca collaborazione?

«L'ex premier Matteo Renzi ci accusava di non aver fatto nulla e di non servire a niente. La sua idea era che solo le imprese potessero cambiare la situazione, ma questa scelta non ha funzionato. Sull’area di Milano ci sono stati 83.000 nuovi assunti tra il 2015 e il 2016, ma 50.000 contratti a tempo indeterminato in meno. Mediamente ogni nuovo lavoratore ha perso 490 euro l'anno di salario, peggio ancora quelli già assunti: meno 660 euro per gli impiegati e meno 1.660 euro per gli operai. Invece sono cresciuti gli stipendi di quadri, 1.100 euro annui di media, e dirigenti, 3.000 euro».

Ancora non è stata fissata una data per votare...

«C'è un problema di democrazia: 4,5 milioni di italiani hanno chiesto di votare e questo non si sta facendo. Chiediamo una data, magari accorpando le elezioni amministrative per risparmiare. Esiste per legge un termine ultimo per cui il Governo può decidere una data ed è l'11 marzo, ma al momento ancora nulla (l’articolo è stato chiuso venerdì 3 marzo, ndr)».

Se viene modificata la legge il referendum decade?

«Se il Parlamento interviene sul Jobs Act la Corte costituzionale chiama i promotori per un parere, ma la Corte potrebbe decidere di far votare lo stesso anche se noi dovessimo dirci soddisfatti delle modifiche. Comunque attualmente in Parlamento è tutto fermo».

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Autore:ces

Pubblicato il: 06 Marzo 2017

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