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Davide Caparini, la firma dietro il successo della Lega Regione Il parlamentare bresciano ha coordinato la campagna di Attilio Fontana e potrebbe far parte della nuova Giunta

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L'altra faccia della Lega: è un volto noto negli ambienti del Carroccio quello del bresciano Davide Caparini e non solo per i suoi 22 anni in Parlamento ma perché fra le mura di casa sua, l'alta Valle Camonica, spesso si sono definite le strategie del movimento.

Caparini diventa militante della Lega a meno di 20 anni e ne ha meno di 30 quando siede per la prima volta in Parlamento, nel 1996. E' lui il deus ex machina del successo di Attilio Fontana di cui ha coordinato la campagna elettorale, come già aveva fatto per il referendum sull'autonomia.

Un successo della Lega a tutto tondo, sia a livello nazionale che regionale. Come lo spieghiamo?

«Ha prevalso la voglia di cambiare. Purtroppo la legge elettorale voluta da Matteo Renzi era stata pensata per non fare vincere nessuno. Il voto Lombardo ha invece confermato la voglia di essere ben governati da amministratori seri e capaci».

Da questo voto esce un'Italia divisa in due?

«L’Italia è sempre stata divisa in due, economicamente e socialmente, il risultato delle urne fotografa questa realtà. Il federalismo resta l’unica via percorribile per tenere insieme realtà così profondamente diverse, in Italia come in Europa».

Per quanto riguarda la Lega il risultato si commenta da solo sia a livello nazionale che a livello regionale dove Fontana ha staccato Giorgio Gori di 20 punti, oltre le più rosee previsioni. La Lega è il primo partito in Lombardia e resta a governare il Pirellone. Un successo che va oltre qualsiasi aspettativa.

«Ci aspettavamo di vincere, non con questo distacco. Gori con una campagna elettorale milionaria era convinto di poter far dimenticare Renzi e di apparire credibile agli elettori del centrodestra. Una bella foto e tante promesse certo non sono bastati a convincere i lombardi che sono campioni di pragmatismo. Perché votare una copia quando l’originale è molto più affidabile e sostenuto da una coalizione credibile?».

Un lavoro di squadra a sostegno di Fontana ma anche di tutti gli altri candidati sia in Regione che al Parlamento che ha visto Davide Caparini dietro le quinte.

«Avendo già coordinato la campagna del 2013 (come quella vincente delle politiche e regionali del 2008), Matteo Salvini ha pensato a me dopo l’uscita di scena di Roberto Maroni. Per me è la squadra che vince, non il singolo. Il mio lavoro è stato quello di far sapere ai lombardi che avevano la possibilità di scegliere un vero cavallo di razza: capacità, concretezza ed onestà. Il sindaco dei Lombardi».

Perché ha lasciato un posto sicuro a Roma? Si sussurra che lei sarà fra gli assessori di Fontana. Bilancio o il famoso assessorato alla montagna di cui si è tanto parlato in questa campagna elettorale?

«Con l’attuazione dell’autonomia e il naufragio della riforma del Pd il prossimo governo lombardo avrà una occasione storica. Dopo 22 anni è giusto lasciare spazio ad altri. Quando prendo una decisione prima penso alle migliaia di persone che in questi anni hanno lavorato con passione, dedizione, coraggio e in silenzio senza mai nulla chiedere. Sono loro la Lega. Quando con Matteo e tanti altri organizzammo la successione a Umberto Bossi, il cerchio magico mi offrì tutto quello che un politico potrebbe desiderare ma ovviamente non accettai. Per me non funziona così: vengono prima le idee e il progetto in cui tutti crediamo. Dopodiché la Lega è una macchina complessa e c’è bisogno di persone che sappiano fare: le cose non accadono per caso e dietro il successo di Salvini c’è tantissimo lavoro e competenze».

Quali sono i nodi da sciogliere in Lombardia? Montagna, appunto, ma anche la sanità, pare che l'ultima riforma non piaccia a molti. Dunque cosa farà adesso Davide Caparini.

«Ci sarà un assessorato per la montagna e la sfida è di dotarlo di funzioni e risorse. La riforma della sanità è molto ambiziosa e pensata per mantenere i servizi vicino ai cittadini. C’è ancora molto da fare e lo faremo ma il problema rimangono le risorse. Il Pd in 5 anni ha tagliato 3,5 miliardi alla Lombardia. Una follia. Inoltre, il senatore a vita Mario Monti ci ha impedito di assumere i medici e gli infermieri che servono. La Lombardia mantiene il resto del Paese, ha i bilanci in pareggio ma non può soddisfare le richieste dei suoi cittadini. Anche di questo ci dovremo occupare».

Aveva parlato a suo tempo dell'abolizione del Ministero dell'Agricoltura. Competenze che potrebbero passare in toto alle Regioni?

«L’abolizione del Ministero dell’Agricoltura lo abbiamo votato con un referendum nel 1993. Mi ricordo che raccolsi le firme con altri militanti e fu un successo senza precedenti. Come al solito l’allora maggioranza di centro sinistra se la cavò cambiando il nome al ministero fregandosene di milioni di italiani. Con l’attuazione dell’autonomia lotteremo per riportare a casa ciò che è nostro».

Un giudizio sui colleghi eletti, soprattutto quelli del suo partito.

«Il giudizio lo ha espresso Salvini candidandoli. Da parlamentare più volte in testa alle classifiche di produttività posso dire ai miei colleghi che solo il lavoro paga. La macchina legislativa è gigantesca e ho visto tante persone perdersi per strada. La loro fortuna è di avere una grande guida in Matteo e un partito solido e organizzato alle spalle. In Consiglio regionale ci sono donne e uomini capaci di raccogliere migliaia di preferenze e che hanno fatto gli amministratori. Questo basta e avanza per qualificarli».

Che cosa è oggi la Lega, entrata in Parlamento come forza rivoluzionaria, diventata forza di governo?

«La Lega è stata di opposizione come di governo. Io stesso sono stato al governo per 8 anni e in opposizione per 14. Sappiamo cosa fare e come farlo ma in democrazia decidono le maggioranze. La Lega ha idee, un leader amato e credibile, visione e capacità per realizzarla. È solo questione di tempo».

E i 5 Stelle, cosa ne pensa? Cosa succederà a Roma dopo queste elezioni?

«I 5 Stelle sono tutto e il contrario di tutto. Se il Pd non starà attento ne verrà fagocitato perché Luigi Di Maio e compagni usano le parole chiave e i programmi della sinistra. Hanno il pallino in mano, dubito sappiano gestire una situazione così complessa.

Il Pd dunque è finito o lo è solo Renzi?

«La sinistra non è il Pd e tantomeno Renzi. Ci sono tantissimi amministratori onesti e capaci che sapranno ricostruire sulle ceneri della rottamazione».

Questi risultati elettorali ci consegnano una Lega più unita?

«Per vincere bisogna essere uniti e noi abbiamo vinto».

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Autore:cp1

Pubblicato il: 19 Marzo 2018

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